Tutti ormai sappiamo che i passaggi generazionali in azienda, in Italia, sono un tema delicato e difficile. Le variabili in campo, a volte, sono davvero troppe: promesse non mantenute, scelte arbitrarie, poco coinvolgimento delle risorse junior, ruoli non definiti, mancanza di procedure chiare.
In un intrico di questo genere un consulente di direzione non sa come fare ad iniziare il suo lavoro. Questi professionisti si occupano di costruire squadre in grado di portare avanti aziende ben organizzate.
Squadre, perché quando il fondatore esce o rimane con l’incarico di Presidente e un ruolo consulenziale, spesso chi prende in mano il testimone non è più una sola persona, ma un’intera squadra. Non perché i successori siano meno in gamba, ma perché i tempi sono cambiati e servono sempre più
professionalità verticali e specializzate per poter risultare concorrenziali sul mercato.
Serve una squadra, ma tutti devono essere d’accordo. Se ci sono tensioni all’interno del team che si appresta a prendere il testimone, non si riesce a costruire un nuovo gruppo dirigente.
Quindi, come si fa? Si prepara il terreno. Mi spiego meglio. I consulenti di direzione entrano in campo quando i conflitti interpersonali sono superati in nome di un bene comune: la continuità aziendale, che le persone riescono a percepire come superiore agli interessi individuali.
Solo quando le persone
comunicano in fiducia e ci sono le condizioni per lavorare con serenità e focus sui problemi reali, si può cominciare un vero lavoro.
I conflitti aziendali, espliciti o latenti, sono il primo nodo da sciogliere quando si affronta un passaggio generazionale, in modo da creare un contesto di fiducia reciproca, di dialogo e di confronto. Se questo manca, nessun consulente di direzione può ottenere dei risultati e si va incontro ad alcuni rischi. Il primo è quello di spendere soldi inutilmente: un consulente serio rinuncia al caso e spiega le ragioni, uno meno serio prende la parcella e basta.
Vi dirà dopo, solo dopo, che in un guazzabuglio di discussioni continue non è possibile decidere nulla, e vi addosserà la responsabilità. Non a torto, sinceramente, dato che vi siete dimenticati di pensare che non state semplicemente definendo ruoli, mansioni, procedure e quote societarie.
State coinvolgendo l’intera vita di persone che hanno obiettivi professionali e personali, desideri, talenti e passioni.
Queste persone vanno
innanzitutto ascoltate, aiutate a
riaprire dialoghi vissuti come difficili o quasi impossibili.
Il passaggio generazionale funziona solo quando le persone vanno d’accordo, si sentono viste e valorizzate per le loro competenze, comprendono il ruolo che avranno in futuro, sanno quali competenze devono acquisire, e si impegnano in un percorso che sentono proprio.
Obbligare non serve: prima o poi le persone se ne andranno, o resteranno demotivate e insoddisfatte. Meglio dirsi le cose in modo chiaro e gestire fin da subito la transizione secondo i dati di realtà.
Per questo, il primo passo concreto per affrontare i problemi di un passaggio generazionale è occuparsi delle tensioni interne al gruppo di comando.
Per affrontare un passaggio generazionale in modo efficace è fondamentale partire da un lavoro profondo sulle relazioni. Questo significa agire con ordine e metodo: il primo passo è occuparsi delle tensioni interne al gruppo di comando, lavorando sul non detto, sulle incomprensioni e sui blocchi emotivi che spesso ostacolano il cambiamento.
Come si fa? Il mio intervento integra diverse leve:
team coaching,
coaching individuale e l’uso di
strumenti di analisi del comportamento.
Il coaching, sia a livello di team che individuale, serve per aiutare le persone a sciogliere vecchi nodi: promesse non mantenute, competizioni inconsapevoli, incomprensioni accumulate nel tempo.
Solo quando queste dinamiche vengono affrontate in un contesto protetto e orientato all’ascolto, è possibile creare le condizioni per una vera
continuità aziendale.
Sono una coach certificata con il Metodo 5 Chairs di Louise Evans.
È una metodologia che affonda le radici nella comunicazione non violenta e accompagna le persone a superare l’istinto reattivo per imparare a rispondere con consapevolezza. Attraverso cinque sedie simboliche, il metodo aiuta a riconoscere i propri comportamenti e a scegliere consapevolmente il proprio stile comunicativo, a seconda della situazione.
È uno strumento intuitivo e immediato da comprendere, ma richiede esercizio e costanza. Per questo va sempre affiancato a percorsi di coaching personalizzati.
Se applicato in un contesto come quello del
passaggio generazionale, il Metodo 5 Chairs aiuta le persone coinvolte a
uscire da dinamiche conflittuali e a costruire un dialogo nuovo, basato su fiducia, riconoscimento reciproco e obiettivi condivisi.
All’attività di coaching, sia individuale che di gruppo, affianco un assessment comportamentale, l’Extended DISC, che permette alle persone di osservarsi come in uno specchio.
Da questo specchio emergono domande importanti:
Grazie a questo processo, le persone
individuano comportamenti inutili o autosabotanti e iniziano a sostituirli con
nuove modalità di relazione più efficaci, migliorando la qualità del lavoro e la vita in azienda.
È possibile che tu stia vivendo proprio ora una situazione simile, nella tua azienda o nella tua impresa familiare.
Scrivimi: possiamo organizzare una call gratuita, durante la quale ti ascolterò con attenzione e ti proporrò un percorso chiaro e personalizzato.
Non sarà immediato, non sarà perfetto, ma è
meglio agire piuttosto che aspettare che tutto si risolva da solo, cosa che non accade mai.
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Emanuela Spaggiari
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